Buon compleanno Michael

HÜRTH (Germania), 3 gennaio – Michael Schumacher (Hürth3 gennaio 1969) è un ex pilota automobilistico tedesco, il più vincente campione della Formula 1 e uno dei più grandi automobilisti sportivi di tutti i tempi. Ha conquistato 7 titoli mondiali: i primi due con la Benetton (1994 e 1995) e successivamente cinque consecutivi con la Ferrari (20002001200220032004).

Soprannominato Kaiser, Schumacher detiene gran parte dei record della Formula 1 avendo conseguito, oltre ai titoli iridati, anche il maggior numero di gran premi vinti, di giri veloci in gara, di hat trick (pole position, vittoria e giro più veloce nella stessa gara). Fino al 13 ottobre 2013 Schumacher ha detenuto anche il record assoluto di punti in carriera, superato in quell’occasione da Fernando Alonso. In seguito altri quattro piloti hanno sorpassato tale record. È stato anche primatista di pole position (68) dal 2006 al 2017, quando è stato sorpassato da Lewis Hamilton nelle qualifiche del Gran Premio d’Italia 2017. Dotato anche di grandi doti da collaudatore in grado di far crescere le proprie vetture, Schumacher è stato anche il primo tedesco a laurearsi campione del mondo di Formula 1 ed è stato l’icona più popolare nella Formula 1 fino al 2006, secondo un sondaggio della FIA.

Il 12 ottobre 2003, vincendo il suo sesto mondiale, è diventato il più titolato pilota di Formula 1, superando il record di Juan Manuel Fangio, e nel 2004 ha marcato un ulteriore record vincendo il quinto titolo iridato consecutivo, il settimo in totale. Ritiratosi una prima volta alla fine del 2006, ha deciso di tornare a correre nella stagione 2010, a 41 anni, con la Mercedes, per poi ritirarsi definitivamente alla fine della stagione 2012. 308 GP disputati (307 partenze); 91 GP vinti, 155 Podi, 68 Pole Position, 77 Giri più veloci, 1566 Punti

Il 29 dicembre 2013 rimane gravemente ferito in un incidente sugli sci, a seguito del quale resta in coma farmacologico fino a oggi.

Buon compleanno Virgilio

TORINO, 1 gennaio – Virgilio Conrero nacque a Torino il primo gennaio del 1918 ed è morto il 6 gennaio 1990 sempre a Torino. “Penna Bianca” è rimasto nella storia delle competizioni automobilistiche per le sue preparazioni su base Alfa Romeo, Lancia e Opel.

Figlio di Francesco, originario di Saluzzo, pioniere della meccanica, e della biellese Caterina il piccolo Virgilio ha una sorella Anita e un fratello Dante (in futuro matematico di fama, compositore di musica leggera e futuro dirigente Olivetti) rimase orfano molto giovane, all’età di quattordici anni, a causa della morte del padre nello scoppio della turbina a gas nell’officina di famiglia, scoppio che provoca tredici morte. La disgrazia mette in difficoltà la famiglia e Virgilio deve abbandonare la scuola all’età di quindici anni, che frequenta con ottimi risultati, dando addio ai suoi sogni di studiare ingegneria. Il primo lavoro lo trova come meccanico in un’azienda di macchine tipografiche, lavoro che non stimola la sua creatività tecnica. Nonostante le difficoltà economiche, e con molti sacrifici, frequenta un corso serale di motoristi di aviazione, alla fine del quale ottiene il diploma con il massimo dei voti. In quel periodo emergono le qualità che saranno la forza di Virgilio Conrero per il resto della sua vita: nessun compromesso con la mediocrità e ricerca del massimo risultato sia da parte sua sia da parte dei suoi collaboratori.

Il brevetto da motorista nel 1934 gli apre le porte di Fiat Aviazione, dove trova impiego nella sala prove motori d’aviazione sperimentali, sicché durante la Seconda Guerra mondiale presta servizio in aeronautica come meccanico degli aerei; finita la guerra e in pieno caos post bellico Virgilio Conrero, la Fiat non ha possibilità di reimpiegare Conrero nel settore aeronautico. Ciò lo delude fortemente, perciò lascia l’azienda torinese e nel 1948 inizia la collaborazione con l’ingegner Savonuzzi per elaborare le Cisitalia, nel raggiunge la famiglia, sfollata a Quincinetto, alle porte della Valle d’Aosta.

A pochi chilometri da casa, già in Valle d’Aosta, fonda a Pont Saint Martin insieme all’ingegner Savonuzzi, progettista della Cisitalia, fonda la Società Valdostana Automobili realizzando vetture da competizione per piloti quali il biellese Giovanni Bracco, fra le quali una monoposto di Formula 3 con motore Guzzi 500 e una Formula 1 con motore sovralimentato che fa faville al Circuito di San Remo nel 1950 con l’elvetico Rudi Fisher, anche se è costretta al ritiro anzitempo.

La SVA chiude i battenti e nel 1952 Virgilio fonda l’Autotecnica Conrero (che resterà attiva fino al 1985) trasformando in auto da corsa soprattutto le berline Alfa Romeo. Realizzando inoltre una vettura denominata Conrero-Alfa con motore 2 litri prima e 1150 poi, costruita in un esiguo numero di esemplari e, contemporaneamente prepara alcune Lancia Aurelia. Attività che non tarda a regalargli soddisfazioni, come la vittoria dell’Alfa Romeo Giulietta elaborata da lui nel Tour Corse del 1957 con Michel Nicol-Roger de la Geneste. In seguito, Virgilio Conrero ritorna a Torino, aprendo la sua officina in Via Mombasiglio. Nonostante si sia in pieno boom economico, che si riflette anche sul mondo dell’automobile, con nuovi modelli presentati a tamburo battente, e la voglia degli automobilisti di avere “qualcosa in più” dalle loro automobili, sia a livello estetico sia a livello prestazionale.

Come ad esempio nel 1953 quando l’elvetico Robert Felhlmann commissiona a Conrero una vettura su base Alfa Romeo 1900, disegnata da Savonuzzi per Ghia, una spettacolare berlinetta nell’eccitante linea “Supersonica” che però fu vista in pubblico solo in due occasioni (a Torino e alla partenza della Mille Miglia, targa svizzera GE 30030, che esce di strada sul percorso riportando gravi danni), prima che la stessa Ghia decida di continuare con questo modello, però motorizzato FIAT 8V. Il telaio viene portato in officina e la carrozzeria modificata con biposto spider che nelle mani di Gino Munaron vince la Sassi-Superga e in quelle di Gianni Balzarini alla Sassi-Superga di quell’anno. Nonostante sia vincente, la vettura vince ancora in Belgio e poi non si vede più in gara. Nel 1958 Conrero si dedica alla realizzazione di una velocissima Formula Junior la neonata categoria, con disegno di Michelotti e motore 1100 TV in grado di raggiungere i 200 km/h. Se è vero che nessuno è profeta in patria, le piccole monoposto di Virgilio Conrero ottengono un successo importante in Francia, con trenta vetture vendute motorizzate Peugeot 203. Nonostante tutto anche lo sviluppo di questa vettura viene abbandonato. Anche perché Conrero è impegnato nella realizzazione della 1150 Sport Le Mans, motore Giulietta 1300 ridotto di cilindrata, disegno ancora di Michelotti, che ancora una volta si mette in mostra nella 24 Ore di Le Mans del 1960 con De Leonibus-Costen, dov’è nettamente al comando della sua categoria, prima di ritirarsi per la rottura di un semiasse, lontano dia box. Ritiro replicato anche alla Targa Florio dello stesso anno. Vettura cui fa seguito la 2000 Sport Desmo, ancora una volta disegnata da Michelotti, che adotta un telaio di derivazione Osca con motore Alfa Romeo che si segnala per essere la prima vettura italiana a montare i freni a disco. Nei test di prova prima delle gare la vettura rompe un semiasse e viene abbandonata, per venire ritrovata intatta (con il semiasse rotto) vent’anni dopo. Con Michelotti costruirà anche una Triumph-Conrero che avrebbe dovuto partecipare alla 24 Ore di Le Mans del 1961, progetto non andato in posto per il ritiro della commessa.

Le vetture elaborate da Conrero vincono ovunque. Nel solo 1958 conquista quasi sessanta vittorie di cui 15 assolute, il titolo italiano nel Trofeo Montagna Classe 1300 con Carlo Maria Abate, Ada Pace, in arte “Sayonara” il titolo femminile e Bernard Costen il titolo francese.

Nonostante il successo delle auto che escono dall’officina del “Mago” come cominciano a chiamarlo all’epoca, Conrero deve stringere cinghia per la sua onestà intellettuale che lo porta a non scendere a compromessi e a non permettere che chi lavora con lui ne soffra, lasciando in disparte la sua attività di costruttore per concentrarsi su quella immediatamente redditizia di preparatore. Sono molte le personalità che passano a far visita a Conrero: nomi importanti come Juan Manuel Fangio, Nino Farina (i piloti più vincenti in Formula 1 in quegli anni), il giovane Jochen Rindt, il principe Ranieri di Monaco, grande appassionato di auto come i VIP dell’epoca, che amano intrattenersi con Virgilio Conrero o dividere con lui, gran buongustaio, un piatto in trattoria.  

Nel 1961 assieme a Renato Businello e Alejandro De Tomaso costruisce due monoposto di Formula 1 denominate De Tomaso-Conrero con motore Alfa Romeo Giulietta 1500, che si schiereranno con al volante Trintignant, Vaccarella e lo stesso Businello.

In quegli anni si cimenta anche con vetture di altre marche, quali le Renault Gordini, sulle quali si schierano nei rally piloti del calibro di Arnaldo Cavallari, Alcide Paganelli e Amilcare Ballestrieri.

La partnership con l’Alfa Romeo durò fino al 1969, anno in cui tagliò il traguardo della sua millesima vittoria, a causa dell’arrivo in Alfa l’anno precedente di Carlo Chiti, ma il Mago si prende ancora La soddisfazione di battere le Alfa ufficiali con le sue Alfa Conrero a Monza.

Dal 1965 Virgilio Conrero allarga i suoi orizzonti elaborando vetture Ford, Honda (esiste una foto con dedica di Sochiro Honda), Isuzu, Mitsubishi e Toyota.

Nel 1970 Conrero inizia a preparare le Opel Commodore 2.8 e 3 litri e Opel 1.9 GT, imbattibili nei rispettivi campionati turismo, spesso davanti alle vetture ufficiali della Casa. Nel 1972 conquista il campionato italiano  rally nazionale con Brai-Rudy su Opel Kadett Gruppo 2; che l’anno successivo bissano il successo con l’Opel Ascona SR in Gruppo 1, mentre nel 1974 a Presotto-Perissinot vincere questo titolo. Nel 1975 tocca a Lucky-Braito con l’Opel Ascona nei rally nazionali e Brai-Rudy con la Commodore nell’italiano vincere i titoli di categoria, vincendo anche nelle gare di velocità soprattutto con Pianta. Dal 1976 Conrero focalizza tutta la sua attenzione nei rally anche per l’arrivo della corsaiola Opel Kadett GT/E che esordisce a marzo al Rally Team ‘971, vincendo a fine anno il titolo Gruppo 2 con Ormezzano-Rudy e Gruppo 1 con Presotto-Perissinot. Il fatto che le Opel di Conrero siano vincenti porta alla corte del Mago giovani piloti del calibro di Dario Cerrato, Maurizio Verini, Miki Biasion, Tonino Tognana. Nel 1980 arriva anche Tony Fassina ed è una grandissima stagione per Virgilio Conrero nei rally che sfiora nell’annata di esordio il titolo italiano assoluto. L’anno successivo la sua Opel Ascona 400 della squadra ufficiale General Motors Italia vince il Campionato Italiano Rally con Tony-Rudy, bissato nel 1982 con il titolo continentale ancora  con Tony-Rudy davanti alle vetture di Opel Germania. Intanto i successi crescono e tagliano il traguardo delle 3000 vittorie. Però è anche il momento delle vetture Gruppo B a quattro Ruote Motrici che Conrero cerca di contrastare con la Manta 400 che non ha però il potenziale tecnico di competere con Audi, Peugeot e Lancia. Dopo mezzo secolo di competizioni Virgilio Conrero non ha più la forza e la brillantezza dei suoi esordi. Anche perché è ammalato e muore a Torino il 6 gennaio 1990.

Buon compleanno Virgilio

TORINO, 1 gennaio – Virgilio Conrero nacque a Torino il primo gennaio del 1918 ed è morto il 6 gennaio 1990 sempre a Torino. “Penna Bianca” è rimasto nella storia delle competizioni automobilistiche per le sue preparazioni su base Alfa Romeo, Lancia e Opel.

Figlio di Francesco, originario di Saluzzo, pioniere della meccanica, e della biellese Caterina il piccolo Virgilio ha una sorella Anita e un fratello Dante (in futuro matematico di fama, compositore di musica leggera e futuro dirigente Olivetti) rimase orfano molto giovane, all’età di quattordici anni, a causa della morte del padre nello scoppio della turbina a gas nell’officina di famiglia, scoppio che provoca tredici morte. La disgrazia mette in difficoltà la famiglia e Virgilio deve abbandonare la scuola all’età di quindici anni, che frequenta con ottimi risultati, dando addio ai suoi sogni di studiare ingegneria. Il primo lavoro lo trova come meccanico in un’azienda di macchine tipografiche, lavoro che non stimola la sua creatività tecnica. Nonostante le difficoltà economiche, e con molti sacrifici, frequenta un corso serale di motoristi di aviazione, alla fine del quale ottiene il diploma con il massimo dei voti. In quel periodo emergono le qualità che saranno la forza di Virgilio Conrero per il resto della sua vita: nessun compromesso con la mediocrità e ricerca del massimo risultato sia da parte sua sia da parte dei suoi collaboratori.

Il brevetto da motorista nel 1934 gli apre le porte di Fiat Aviazione, dove trova impiego nella sala prove motori d’aviazione sperimentali, sicché durante la Seconda Guerra mondiale presta servizio in aeronautica come meccanico degli aerei; finita la guerra e in pieno caos post bellico Virgilio Conrero, la Fiat non ha possibilità di reimpiegare Conrero nel settore aeronautico. Ciò lo delude fortemente, perciò lascia l’azienda torinese e nel 1948 inizia la collaborazione con l’ingegner Savonuzzi per elaborare le Cisitalia, nel raggiunge la famiglia, sfollata a Quincinetto, alle porte della Valle d’Aosta.

A pochi chilometri da casa, già in Valle d’Aosta, fonda a Pont Saint Martin insieme all’ingegner Savonuzzi, progettista della Cisitalia, fonda la Società Valdostana Automobili realizzando vetture da competizione per piloti quali il biellese Giovanni Bracco, fra le quali una monoposto di Formula 3 con motore Guzzi 500 e una Formula 1 con motore sovralimentato che fa faville al Circuito di San Remo nel 1950 con l’elvetico Rudi Fisher, anche se è costretta al ritiro anzitempo.

La SVA chiude i battenti e nel 1952 Virgilio fonda l’Autotecnica Conrero (che resterà attiva fino al 1985) trasformando in auto da corsa soprattutto le berline Alfa Romeo. Realizzando inoltre una vettura denominata Conrero-Alfa con motore 2 litri prima e 1150 poi, costruita in un esiguo numero di esemplari e, contemporaneamente prepara alcune Lancia Aurelia. Attività che non tarda a regalargli soddisfazioni, come la vittoria dell’Alfa Romeo Giulietta elaborata da lui nel Tour Corse del 1957 con Michel Nicol-Roger de la Geneste. In seguito, Virgilio Conrero ritorna a Torino, aprendo la sua officina in Via Mombasiglio. Nonostante si sia in pieno boom economico, che si riflette anche sul mondo dell’automobile, con nuovi modelli presentati a tamburo battente, e la voglia degli automobilisti di avere “qualcosa in più” dalle loro automobili, sia a livello estetico sia a livello prestazionale.

Come ad esempio nel 1953 quando l’elvetico Robert Felhlmann commissiona a Conrero una vettura su base Alfa Romeo 1900, disegnata da Savonuzzi per Ghia, una spettacolare berlinetta nell’eccitante linea “Supersonica” che però fu vista in pubblico solo in due occasioni (a Torino e alla partenza della Mille Miglia, targa svizzera GE 30030, che esce di strada sul percorso riportando gravi danni), prima che la stessa Ghia decida di continuare con questo modello, però motorizzato FIAT 8V. Il telaio viene portato in officina e la carrozzeria modificata con biposto spider che nelle mani di Gino Munaron vince la Sassi-Superga e in quelle di Gianni Balzarini alla Sassi-Superga di quell’anno. Nonostante sia vincente, la vettura vince ancora in Belgio e poi non si vede più in gara. Nel 1958 Conrero si dedica alla realizzazione di una velocissima Formula Junior la neonata categoria, con disegno di Michelotti e motore 1100 TV in grado di raggiungere i 200 km/h. Se è vero che nessuno è profeta in patria, le piccole monoposto di Virgilio Conrero ottengono un successo importante in Francia, con trenta vetture vendute motorizzate Peugeot 203. Nonostante tutto anche lo sviluppo di questa vettura viene abbandonato. Anche perché Conrero è impegnato nella realizzazione della 1150 Sport Le Mans, motore Giulietta 1300 ridotto di cilindrata, disegno ancora di Michelotti, che ancora una volta si mette in mostra nella 24 Ore di Le Mans del 1960 con De Leonibus-Costen, dov’è nettamente al comando della sua categoria, prima di ritirarsi per la rottura di un semiasse, lontano dia box. Ritiro replicato anche alla Targa Florio dello stesso anno. Vettura cui fa seguito la 2000 Sport Desmo, ancora una volta disegnata da Michelotti, che adotta un telaio di derivazione Osca con motore Alfa Romeo che si segnala per essere la prima vettura italiana a montare i freni a disco. Nei test di prova prima delle gare la vettura rompe un semiasse e viene abbandonata, per venire ritrovata intatta (con il semiasse rotto) vent’anni dopo. Con Michelotti costruirà anche una Triumph-Conrero che avrebbe dovuto partecipare alla 24 Ore di Le Mans del 1961, progetto non andato in posto per il ritiro della commessa.

Le vetture elaborate da Conrero vincono ovunque. Nel solo 1958 conquista quasi sessanta vittorie di cui 15 assolute, il titolo italiano nel Trofeo Montagna Classe 1300 con Carlo Maria Abate, Ada Pace, in arte “Sayonara” il titolo femminile e Bernard Costen il titolo francese.

Nonostante il successo delle auto che escono dall’officina del “Mago” come cominciano a chiamarlo all’epoca, Conrero deve stringere cinghia per la sua onestà intellettuale che lo porta a non scendere a compromessi e a non permettere che chi lavora con lui ne soffra, lasciando in disparte la sua attività di costruttore per concentrarsi su quella immediatamente redditizia di preparatore. Sono molte le personalità che passano a far visita a Conrero: nomi importanti come Juan Manuel Fangio, Nino Farina (i piloti più vincenti in Formula 1 in quegli anni), il giovane Jochen Rindt, il principe Ranieri di Monaco, grande appassionato di auto come i VIP dell’epoca, che amano intrattenersi con Virgilio Conrero o dividere con lui, gran buongustaio, un piatto in trattoria.  

Nel 1961 assieme a Renato Businello e Alejandro De Tomaso costruisce due monoposto di Formula 1 denominate De Tomaso-Conrero con motore Alfa Romeo Giulietta 1500, che si schiereranno con al volante Trintignant, Vaccarella e lo stesso Businello.

In quegli anni si cimenta anche con vetture di altre marche, quali le Renault Gordini, sulle quali si schierano nei rally piloti del calibro di Arnaldo Cavallari, Alcide Paganelli e Amilcare Ballestrieri.

La partnership con l’Alfa Romeo durò fino al 1969, anno in cui tagliò il traguardo della sua millesima vittoria, a causa dell’arrivo in Alfa l’anno precedente di Carlo Chiti, ma il Mago si prende ancora La soddisfazione di battere le Alfa ufficiali con le sue Alfa Conrero a Monza.

Dal 1965 Virgilio Conrero allarga i suoi orizzonti elaborando vetture Ford, Honda (esiste una foto con dedica di Sochiro Honda), Isuzu, Mitsubishi e Toyota.

Nel 1970 Conrero inizia a preparare le Opel Commodore 2.8 e 3 litri e Opel 1.9 GT, imbattibili nei rispettivi campionati turismo, spesso davanti alle vetture ufficiali della Casa. Nel 1972 conquista il campionato italiano  rally nazionale con Brai-Rudy su Opel Kadett Gruppo 2; che l’anno successivo bissano il successo con l’Opel Ascona SR in Gruppo 1, mentre nel 1974 a Presotto-Perissinot vincere questo titolo. Nel 1975 tocca a Lucky-Braito con l’Opel Ascona nei rally nazionali e Brai-Rudy con la Commodore nell’italiano vincere i titoli di categoria, vincendo anche nelle gare di velocità soprattutto con Pianta. Dal 1976 Conrero focalizza tutta la sua attenzione nei rally anche per l’arrivo della corsaiola Opel Kadett GT/E che esordisce a marzo al Rally Team ‘971, vincendo a fine anno il titolo Gruppo 2 con Ormezzano-Rudy e Gruppo 1 con Presotto-Perissinot. Il fatto che le Opel di Conrero siano vincenti porta alla corte del Mago giovani piloti del calibro di Dario Cerrato, Maurizio Verini, Miki Biasion, Tonino Tognana. Nel 1980 arriva anche Tony Fassina ed è una grandissima stagione per Virgilio Conrero nei rally che sfiora nell’annata di esordio il titolo italiano assoluto. L’anno successivo la sua Opel Ascona 400 della squadra ufficiale General Motors Italia vince il Campionato Italiano Rally con Tony-Rudy, bissato nel 1982 con il titolo continentale ancora  con Tony-Rudy davanti alle vetture di Opel Germania. Intanto i successi crescono e tagliano il traguardo delle 3000 vittorie. Però è anche il momento delle vetture Gruppo B a quattro Ruote Motrici che Conrero cerca di contrastare con la Manta 400 che non ha però il potenziale tecnico di competere con Audi, Peugeot e Lancia. Dopo mezzo secolo di competizioni Virgilio Conrero non ha più la forza e la brillantezza dei suoi esordi. Anche perché è ammalato e muore a Torino il 6 gennaio 1990.

Buon compleanno Andrea Aghini

Di Tommaso M. Valinotti

Livorno (29 dicembre) – Andrea Aghini è nato a Livorno il 29 dicembre 1963 ed è ricordato negli annali per essere stato l’ultimo pilota italiano a vincere una gara del mondiale rally a bordo di una vettura italiana: il Rallye Sanremo del 1992 con una Lancia Delta HF Integrale affiancato da Sauro Farnocchia. In quell’occasione Aghini-Farnocchia precedettero i compagni di squadra Kankkunen-Piironen, con un vantaggio di 40” e la Ford Sierra RS Cosworth di Delecour-Grataloup. In quell’occasione Aghini dimostrò di essere uno dei migliori asfaltisti al mondo, prendendo il comando fin dalla prima prova speciale su asfalto (Coldirodi) chiudendo in prima posizione la prima tappa asfaltata. Nella successiva tappa sterrata corse in difesa (non andando mai, comunque, oltre il quarto tempo), per poi tornare all’attacco appena la gara è tornata su asfalto, riprendendo il comando della gara sul Monte Ceppo, mantenendolo sino alla fine. In quel Sanremo Aghini-Farnocchia segnarono il miglior tempo in otto delle 25 prove speciali.

Alla recente Fiorio Cup (conclusa al terzo posto assoluto con una Hyundai i20 R5 e Massimo Cerrai a fianco) il livornese ha tagliato il traguardo delle 200 gare disputate, avendo nel palmares 19 vittorie assolute e due titoli italiani conquistati nel 1998 e 1999.

Per quanto riguarda la carriera iridata Andrea Aghini ha partecipato a 26 gare del mondiale, vincendo il Sanremo 1992, salendo cinque volte sul podio e segnando il miglior tempo in 23 prove speciali. L’esordio nel mondiale avvenne al Rallye Sanremo del 1987 affiancato da Sauro Farnocchia, gara conclusa anzitempo per un problema di lubrificazione alla sua Peugeot 205 GTI, mentre l’ultima presenza nel mondiale data al Sanremo 2000 concluso in 15esima posizione assoluta con una Mitsubishi Carisma e Dario D’Esposito al quaderno delle note.

Dopo tre presenze da privato al Rallye Sanremo al volante di svariati modelli Peugeot fra il 1987 e il 1989, Andrea Aghini disputa due gare mondiali nel 1991 con la Lancia Delta HF Integrale del Jolly Club presentandosi al via del Sanremo ed effettuando la trasferta spagnola al Costa Brava, concludendo entrambe le gare in quinta posizione assoluta. Nel 1992 fa parte della squadra ufficiale Martini Racing, prende parte a cinque gare, vincendo Sanremo, chiudendo terzo al Costa Brava, classificandosi settimo a fine anno vincendo 13 prove speciali, la prima delle quali in Portogallo sulla speciale di Piodao. Nel 1993 torna al Jolly Club, complice la chiusura della team ufficiale Martini Racing e Aghini si dimostra ancora velocissimo, ma estremamente falloso al punto di uscire di strada in tre dei cinque eventi cui prende il via ottenendo come miglior risultato il terzo posto in Portogallo. A fine anno è 14° assoluto nella classifica mondiale con otto prove speciali vinte. Nel 1994 anche il Jolly Club smette di frequentare il mondiale e Aghini si accasa presso il Team Grifone. Con la scuderia genovese e la Toyota Celica disputa tre gare del mondiale, centrando un ottimo terzo assoluto sull’asfalto della Corsica, ritirandosi per incidente in Portogallo e a Sanremo, chiudendo 14esimo nel mondiale. Il 1995 lo vede al via di tre gare del mondiale con la Mitsubishi Lancer ufficiale di Ralliart Italy, salendo ancora una volta sul podio in Corsica, terzo assoluto, terminando sesto a Monte-Carlo e quinto al Costa Brava. A fine stagione è settimo nel mondiale con due prove speciali vinte l’ultima delle quali in Spagna a Cladells. Nelle stagioni seguenti Aghini è presente solo più al Sanremo, affiancato da Loris Roggia, ottenendo come miglior risultato il quinto posto assoluto nel 1999 con una Toyota Corolla WRC. L’anno successivo prende il via al Rally di Argentina (oltre al solito Sanremo) che conclude anzitempo uscendo di strada alla nona prova speciale con una Carisma Gruppo N.

Campione Italiano Rally nel 1998 e 1999 con la Toyota Corolla WRC della Grifone e Loris Roggia a fianco, Andrea Aghini ha preso parte a 200 gare in carriera ottenendo 19 vittorie assolute. Secondo il suo profilo su Wikipedia il livornese ha esordito nel 1984, mentre il sito www.ewrc.com riporta come prima gara il Coppa Liburna 1983 su A112 Abarth vincendo la classe a fianco di Lampugnale, navigatore che lo seguirà anche negli anni successivi che lo vedono gareggiare con una Peugeot 205 GTI e disputare il Liburna 1985 con una Lancia 037. Quindi passa alla Renault 5 GT Turbo sulla quale sale Sauro Farnocchia (Rally di Limone Piemonte 1986, noni assoluti primi di Classe N5) con cui prosegue un sodalizio durato fino al 1996 al volante di Peugeot 205 GTI, Peugeot 309 GT e Peugeot 405 MI16 nel Campionato Italiano Rally, seguiti dalle gare del periodo mondiale con la Lancia. Con Farnocchia e la Peugeot 405 MI16 conquista la sua prima vittoria assoluta al Rally del Ciocco 1990, bissati nello stesso anno dai successi al Liburna e al francese PST Trophy (riservato ai piloti Peugeot) che consentono al livornese di chiudere la stagione al quarto posto nell’Italiano. L’anno dopo è secondo nel Campionato Aperol, grazie alla vittoria Salento e a ottimi piazzamenti entrando a far parte del Jolly Club in occasione del Sanremo che conclude quinto assoluto. Dal 1992 al 1996 è una presenza costante nel mondiale, quindi nel 1997 rientra nel Campionato Italiano Rally con la Toyota Celica della Grifone e Loris Roggia a fianco vincendo nuovamente al Ciocco, e chiudendo la stagione secondo nell’italiano e quarto nell’europeo grazie anche al successo nell’elvetico Rallye du Valais.

Il 1998 e il 1999 sono gli anni d’oro di Aghini-Roggia vincitori del titolo nazionale in entrambe le stagioni unendo anche la seconda piazza nell’Europeo del 1998 (grazie alle vittorie di San Marino e Madeira, oltre a costanti piazzamenti sul podio). Nel 1999 Aghini-Roggia si concentrano maggiormente sull’Italiano e centrano l’obiettivo con tre vittorie (Lana, Alpi Orientali e Messina). Nel 2000 Aghini passa alla Mitsubishi Gruppo N di Ralliart Italia ed è ottavo nel tricolore. Ottima stagione quella del 2001 con la Subaru Impreza di Procar con cui vince a Piancavallo ed è terzo nell’Italiano e quinto nell’Europeo. Due le vittorie nel 2002 con la Peugeot 206 WRC entrambe sulla terra, a San Marino con Dario D’Esposito e in Portogallo con Loris Roggia. Nonostante Aghini disputi solo quattro gare nella stagione e settimo nell’Italiano (quarto nel Terra) e quarto nell’Europeo.

La stagione 2003 è drammatica per Aghini a causa del tragico incidente che costa la vita a Loris Roggia al Salento. Quattro gare nel 2004 con vittoria su Mitsubishi Lancer e Massimiliano Bosi a fianco al Monza Master Show-Vetture N4. Nuovo impegno a tempo pieno nell’Italiano ed Europeo nel 2005 con il quarto posto sia in Italia sia nello Euroepan Rally Cup West. Nel 2006 è quarto nell’Intercontinental Rally Cup e quinto nell’Italiano e nella European Rally Cup Sud, con la Subaru Impreza di Subaru Italia con cui prosegue la collaborazione anche nel 2076 e 2008. Nel 2008 Aghini è incolpevolmente coinvolto in un altro drammatico incedente. Al Rally del Ciocco, nel corso della quinta prova, una spettatrice viene trascinata in strada dal cane che ha al guinzaglio proprio mentre transita la Subaru di Aghini-Cerrai che investono la donna. In stagione Aghini conquista la vittoria assoluta al Rally della Sardegna-Nuoro e al Motor Show-Trofeo Super N. Nel 2009 Aghini si dedica ad alcune gare del Trofeo Terra, che ripete anche nel 2011 con una Peugeot 207 S2000. Dopo solo alcune apparizioni estemporanee, quali il RallyLegend 2017 su Toyota Celica GT-Four, e ancora Tuscan Rewind 2019 su Fiesta R5 e infine la recente Fiorio Cup-Trofeo Masseria Camarda che lo vede terzo assoluto con Massimiliano Cerrai e una Hyundai i20 R5.

Andrea Aghini: la galleria fotografica (volto livornese)

Livorno (29 dicembre) – Andrea Aghini è nato a Livorno il 29 dicembre 1963 ed è ricordato negli annali per essere stato l’ultimo pilota italiano a vincere una gara del mondiale rally a bordo di una vettura italiana: il Rallye Sanremo del 1992 con una Lancia Delta HF Integrale affiancato da Sauro Farnocchia. In quell’occasione Aghini-Farnocchia precedettero i compagni di squadra Kankkunen-Piironen, con un vantaggio di 40” e la Ford Sierra RS Cosworth di Delecour-Grataloup.

Andrea Aghini: la galleria fotografica (la Delta iridata)

Livorno (29 dicembre) – Andrea Aghini è nato a Livorno il 29 dicembre 1963 ed è ricordato negli annali per essere stato l’ultimo pilota italiano a vincere una gara del mondiale rally a bordo di una vettura italiana: il Rallye Sanremo del 1992 con una Lancia Delta HF Integrale affiancato da Sauro Farnocchia. In quell’occasione Aghini-Farnocchia precedettero i compagni di squadra Kankkunen-Piironen, con un vantaggio di 40” e la Ford Sierra RS Cosworth di Delecour-Grataloup.

Andrea Aghini: la galleria fotografica (dalla 205 alla Toyota Corolla)

Livorno (29 dicembre) – Andrea Aghini è nato a Livorno il 29 dicembre 1963 ed è ricordato negli annali per essere stato l’ultimo pilota italiano a vincere una gara del mondiale rally a bordo di una vettura italiana: il Rallye Sanremo del 1992 con una Lancia Delta HF Integrale affiancato da Sauro Farnocchia. In quell’occasione Aghini-Farnocchia precedettero i compagni di squadra Kankkunen-Piironen, con un vantaggio di 40” e la Ford Sierra RS Cosworth di Delecour-Grataloup.

Buon compleanno Giancarlo Baghetti

il pilota che vinse all’esordio in Formula 1

MILANO (25 dicembre) – Giancarlo Baghetti, nato a Milano il giorno di Natale del 1934, vanta un primato impossibile da battere. Vince il suo primo (e per lui purtroppo unico) Gran Premio nella gara d’esordio: il Gran Premio di Francia del 1961 con la Ferrari 156 della Scuderia Sant’Ambroeus. Nella freddezza delle statistiche il pilota milanese condivide questo primato con Nino Farina e Johnnie  Parson, ma è necessario un distinguo. Nino Farina vinse il Gran Premio di Gran Bretagna del 1950, all’età di 44 anni dopo anni di massima formula, che rappresentava l’esordio della neonata categoria Formula 1. Chiunque avrebbe vinto sarebbe entrato in questa statistica. Parson vinse la 500 Miglia di Indianapolis del 1950 a 42 anni, gara che in quella stagione entrò a far parte del Campionato Mondiale di Formula 1 e disputata solo da piloti americani che correvano solo quella gara di F1. Anche in questo caso chiunque avesse vinto avrebbe vinto al suo “esordio” in Formula 1.

Dalla Mille Miglia alla Ferrari – Baghetti nacque in una famiglia di industriali milanesi, con il padre Italo proprietario di stabilimenti metallurgici; con buone disponibilità economiche e nel 1956 partecipò alla Mille Miglia con un’Alfa Romeo 1900 oltre a disputare con buoni risultati diverse corse in salita dopo aver fatto il suo esordio il 19 aprile alla Coppa Vigorelli. Nel 1959 passò alle ruote coperte e la vittoria in Formula Junior e la conquista della Coppa FISA (Federazione Italiana Sport Automobilistici) gli spalancò le porte della Formula 1. La Federazione decise infatti di affidare una monoposto Ferrari 156 della Scuderia Sant’Ambroeus a un giovane promettente. La Federazione assegnò la vettura a Baghetti preferendolo a Lorenzo Bandini, dando il via a un dualismo che durò fino alla morte del pilota emiliano

Tre volte vincente – L’esordio di Baghetti in Formula 1 avvenne in una gara non titolata, il Gran Premio di Siracusa nel quale il milanese si impose dopo aver segnando il secondo tempo in qualifica, avendo la meglio su piloti del calibro di Dan Gurney e Jack Brabham. Si ripeté tre settimane dopo al Gran Premio di Napoli, altra gara non valida per il mondiale, per presentarsi poi a inizio luglio al Gran Premio di Francia a Reims. In qualifica segnò il dodicesimo tempo, mentre in gara riuscì sorpasso dopo sorpasso, ad avere ragione in volata della Porsche di Dan Gurney per appena 1/10 che supera con un sorpasso da manuale all’ultimo giro e di oltre un minuto sulla Lotus di Jim Clark. Nelle altre due gare non fu altrettanto fortunato dovendo ritirarsi sia in Inghilterra, sia nel Gran Premio d’Italia doveva aveva segnato il sesto tempo in prova, con la soddisfazione di aver segnato il giro più veloce in gara sulla pista di casa.

Risultati avari con il Cavallino – L’anno successivo Baghetti approdò alla corte di Enzo Ferrari, ma la scuderia di Maranello era reduce dal burrascoso abbandono a fine 1961 dei progettisti Carlo Chiti e Giotto Bizzarrini, del direttore sportivo Romolo Tavoni. La direzione tecnica viene affidata due giovani (e valenti ingegneri) Mauro Forghieri e Giampaolo Dallara. Baghetti chiuse quarto nella prima gara di stagione in Olanda, vedendo poi il traguardo in Germania (decimo) e in Italia, quinto terminando la stagione 11° assoluto nella classifica del Campionato del Mondo F1. Monza fu l’ultima gara che vide Baghetti raccogliere punti.

Declino in F1, sorrisi alla Targa – Nel 1963 Baghetti passò all’ATS con la quale disputò nove Gran Premi con un solo arrivo, 15° al Gran Premio d’Italia. A seguire guidò una BRM P57 della Scuderia Centro Sud nel 1964 (settimo all’arrivo in Austria), Brabham B7 con cui disputò il Gran Premio d’Italia del 1965 concluso con un ritiro, Ferrari 246 di Reg Parnell con la quale non riuscì a qualificarsi a Monza e per ultima una Lotus 49 con cui si ritirò al Gran Premio d’Italia del 1967. In quegli anni partecipò anche alla Targa Florio conquistando il secondo posto nel 1962 con la Ferrari Dino 196 SP condivisa con Lorenzo Bandini, bissato con un altro secondo posto nel 1966 sulla Ferrari Dino 206 SP insieme al francese Jean Guichet. Sempre nel 1966 Giancarlo Baghetti vinse il Campionato Europeo Turismo Divisione 1 al volante di un’Abarth 1000 TC

Addio Giancarlo – Nel 1967, mentre assisteva da spettatore, Giancarlo Baghetti fu fra i primi a tentare di soccorrere Lorenzo Bandini intrappolato nella sua Ferrari capovolta e incendiata a Montecarlo. Dopo il suo ritiro dalle corse svolse un’intensa attività come fotografo e giornalista divenendo condirettore della rivista Auto Oggi, carica che mantenne fino alla fine. Giancarlo Baghetti è morto a Milano il 27 novembre 1995 ed è sepolto nel cimitero monumentale di Milano.

Buon compleanno Michele

MILANO, 23 dicembre – Michele Alboreto nacque a Milano il 23 dicembre 1956 ed è morto il 25 aprile 2001 a Klettwitz (Germania), in un incidente sul circuito del Lausitzring durante un test alla guida di un’Audi R8 in vista della partecipazione all’American-Le Mans Series e la 24 Ore di Le Mans. Alboreto ha vinto il Campionato Europeo di Formula 3 nel 1980 e ha partecipato 215 Gran Premi di Formula 1, qualificandosi 194 volte, vincendone cinque e chiudendo secondo nel mondiale 1985 al volante di una Ferrari. Risultando, al momento attuale, l’ultimo italiano a vincere un GP al volante di una monoposto del Cavallino Rampante. Ha inoltre vinto la 24 Ore di Le Mans del 1997 e la 12 Ore di Sebring del 2001. 

Contrariamente alla maggioranza dei piloti approdati alla massima formula, Alboreto era di umili origini con padre rappresentante e madre impiegata comunale. Come molti altri ragazzi appassionati di motori cominciò con le moto, passando nel 1976 alle monoposto correndo il Campionato di Formula Monza, su una vettura realizzata da lui stesso in collaborazione con alcuni amici, senza ottenere risultati rilevanti. Nonostante ciò, grazie agli amici di sempre nel 1978 fece il salto alla Formula Italia. In questa categoria riuscì a mettersi in luce chiudendo quarto a fine anno nella classifica piloti, vincendo una gara. Riuscendo a esordire in Formula 3. L’anno successivo venne chiamato da Giampaolo Pavanello a guidare nel suo team a fianco dell’esperto Piercarlo Ghinzani, chiudendo secondo dietro al compagno di squadra; nel 1980 partecipò al campionato europeo Formula 3 conquistato il titolo. Questa vittorie lo mise in luce agli occhi di Cesare Fiorio che fin dal 1980 lo inserì nel Team Lancia che disputava il Campionato del Mondo Sport Prototipi, ottenendo il secondo posto con la Lancia Beta Montecarlo alla 1000 Km di Brands Hatch, alla 6 Ore del Mugello e alla 6 Ore di Watkins Glen a fianco di Eddie Cheever, alternando la guida delle vetture a ruote coperte alle monoposto, passando in Formula 2 nel 1981 al volante di una Minardi con la quale conquistò un successo a Misano.

Nello stesso anno continuò con la Lancia Beta Montecarlo con la quale vinse la 6 Ore di Watkins Glen con Riccardo Patrese e partecipando alla 24 Ore di Le Mans dove ottenne l’ottavo posto assoluto, miglior Lancia al traguardo. Il 1981 fu anche l’anno dell’ingresso di Alboreto in Formula 1, propiziato dal conte Zanon, amico di Ken Tyrrell, che lo fece esordire al volante della Tyrrell 011 al Gran Premio di San Marino, dove disputò una buona gara fino a quando non venne tamponato da Beppe Gabbiani. La stagione 1981 non fu positiva per Alboreto che ottenne come miglior risultato il nono posto in Olanda senza marcare punti.

Il 1982 fu il miglior anno di Alboreto in Endurance, al volante della nuova Lancia LC1 vincendo la 1000 Km di Silverstone, la 1000 Km del Nürburgring e 6 Ore del Mugello, andando in testa alla classifica iridata piloti, ma due incidenti nelle gare finali vanificarono la sua rincorsa al titolo. In Formula 1 venne confermato da Tyrrell e ottenne il sesto posto e i primi punti mondiali in Olanda, che divennero un quarto posto a seguito della squalifica post gara di Keke Rosberg e Nelson Piquet. Alboreto conquistò poi sul campo il quarto posto a Long Beach, salendo poi sul podio nel “boicottato” Gran Premio di San Marino, risultato che non diede soddisfazione al pilota milanese. Prima della fine della stagione vinse il suo primo Gran Premio a Las Vegas chiudendo la stagione all’ottavo posto della classifica iridata.

Il 1983 non fu altrettanto positivo con Alboreto che conquistò solo due punti al volante della Lancia LC2 alla Mille Km di Monza nell’endurance, mentre in Formula 1 soffrì la scarsa competitività della Tyrrell a motore aspirato Cosworth contro le vetture turbo. Alboreto riuscì comunque a imporsi nel Gran Premio di Detroit in un circuito cittadino particolarmente lento.

A fine settembre 1983 venne ufficializzato il passaggio alla Ferrari, passaggio che non sorprese nessun visto l’apprezzamento espresso da Enzo Ferrari fin dall’anno precedente, scuderia per la quale corse dal 1984 al 1988. Il 1984 fu deludente nonostante una partenza in prima fila nel primo Gran Premio della stagione in Brasile per la scarsa competitività della 126 C4 che nel successivo Gran Premio del Belgio consentì ad Alboreto di partire in pole position e vincere agevolmente. Poi la competitività della vettura venne meno e Alboreto ebbe come unica, piccola, soddisfazione, il secondo posto di Monza e Nürburgring, oltre al quarto posto in Portogallo, sicché Alboreto chiuse la stagione al quarto posto nella classifica piloti.

Nel 1985 i test invernali evidenziarono una migliorata competitività della Ferrari 156-85 e, infatti, la vettura, senza l’interruzione del Belgio a metà anno e il calo di competitività nella seconda parte di stagione avrebbe consentito ad Alboreto di conquistare il meritato titolo mondiale. La stagione iniziò con due secondi posti in brasile Portogallo, il ritiro in Argentina e un nuovo secondo posto a Montecarlo che precedettero il successo in Canada. Nel frattempo era stato rinviato il GP del Belgio poiché l’asfalto si sbriciolava con Alboreto miglior tempo il venerdì. Alboreto vinse ancora in Germania, ma non fu in grado di contenere la rimonta di Prost, complice anche numerosi ritiri che lo relegarono al secondo posto nel mondiale. Fu quella la miglior stagione in Formula 1 di Alboreto.

Nel 1986 la F1-86 risultò subito non competitiva e la stagione iniziò con uno spettacolare incidente di Alboreto nelle prove libere del Brasile. Il miglior risultato stagionale di Alboreto fu il secondo posto in Austria e Alboreto chiuse nono nel mondiale. Nell’87 con la F1-87 Alboreto salì sul podio tre volte: a inizio stagione due volte terzo San Marino e Monaco e secondo in quello finale di Australia che diede ad Alboreto il settimo posto nella classifica piloti. Il 1988 partì subito come un’annata di transizione visto che la Ferrari aveva deciso di concentrarsi sulla versione aspirata della monoposto, poiché la FIA aveva deciso di bandire i turbo a fine anno. Il miglior risultato di Alboreto fu il secondo posto di Monza dietro il compagno di squadra Gerard Berger chiudendo quinto nel mondiale.

A fine anno Alboreto lasciò la Ferrari per accordarsi nuovamente con la Tyrrell per la stagione 1989 ottenendo un terso posto in Messico, nonostante la scarsa competitività della vettura. Dopo il Gran Premio del Canada Tyrrell firmo un accordo di sponsorizzazione con la Camel, incompatibile con la Marlboro sponsor di Alboreto e dopo aver saltato due gare il milanese lasciò la squadra per accordarsi con Gerard Larrousse per guidare la sua Lola fino a fine stagione. Negli anni successivi Michele Alboreto ebbe a disposizione vetture non competitive e conquistò un solo punto nella sua ultima stagione nella massima formula con il sesto posto a Montecarlo 1994 comunicando la decisione di passare al DTM per l’anno successivo.

Nel 1985 corse con l’Alfa Romeo 155 nel DTM e nel campionato IMSA ottenendo la Pole Position alla 24 Ore di Daytona e alla 12 Ore di Sebring ed effettuò dei test in Formula Indy con una Lola con la quale realizzò il miglior tempo nelle prove libere della gara di esordio e partì in pole position alla 24 Ore di Le Mans. Nel 1997 disputò poche gare su vetture con le ruote coperte vincendo la 24 Ore di Le Mans con la TWR Porsche WSC 95. Nel 1999 il team Joest divenne squadra ufficiale Audi Sport per correre con le barchette Audi R8r vincendo poco tempo prima di morire la 12 Ore di Sebring con Dindo Capello e Laurent Aiello.

Persona particolarmente riservata, di rara sensibilità, Michele Alboreto amava la musica blues e suonava il basso, ed era amico di George Harrison. Si interessava di astronomia e la fantascienza. Praticava lo sci, il calcio (fece parte del consiglio amministrazione del Torino Calcio). In gioventù era tifoso di Ronnie Peterson a cui aveva dedicato il casco riprendendo i colori della Svezia. I funerali di Michele Alboreto si svolsero tre giorni dopo nel cimitero di Basiglio (MI) per poi venire cremato per volere della moglie Nadia e delle due figlie Alice e Noemi.

Buon compleanno Lorenzo Bandini

BARCE (oggi al Marj, Libia) 21 dicembre – Lorenzo Bandini nacque a Barce (in Libia allora italiana) il 21 dicembre 1935 e morì in un tragico incidente nel Principato di Monaco, il 10 maggio 1967.

Già tre anni dopo la sua nascita, però, la famiglia tornò in Italia, a San Cassiano, piccola frazione del comune di Brisighella, in provincia di Ravenna. Il padre di Lorenzo acquistò un albergo, permettendo un discreto tenore di vita alla famiglia, ma la guerra ne spezzò il benessere. Perduto il padre ucciso dai partigiani, Bandini cercò di contribuire al fabbisogno della famiglia, lavorando in un’officina a Reggiolo (in provincia di Reggio Emilia). Nel 1950 si trasferì a Milano, ove trovò impiego presso l’officina di Goliardo Freddi, padre della futura moglie di Bandini, Margherita. Fu proprio Freddi a lanciare Bandini nel mondo dei motori. Nel 1956 fece il suo debutto assoluto nelle gare automobilistiche: il suocero Freddi gli prestò, infatti, la propria FIAT 1100 TV bicolore per partecipare alla Castell’ArquatoVernasca. Bandini si piazzò quindicesimo. Il pilota romagnolo cercò di maturare quanta più esperienza possibile, partecipando a diverse gare e vincendone pure una (la Lessolo-Alice).

Nel 1957 colse il primo successo di spessore: su una Lancia Appia coupé concluse al primo posto nella classe 2000 Gran Turismo alla Mille Miglia. Ormai lanciato, ottenne negli anni a seguire ottimi risultati uno dietro l’altro (due terzi posti alla Coppa d’Oro di Sicilia, primo di categoria nella Coppa Madunina, a Innsbruck e alla Catania-Etna, primo al Trofeo Crivellari di Formula Junior e ancora un primo posto al Gran Premio della Libertà a Cuba, a bordo di una FIAT-Stanguellini), ritagliandosi ormai una certa fama. Il suo sogno era, però, l’approdo in Formula 1. Nel 1961, dopo aver vinto la Coppa Junior a Monza sperava di poter pilotare una Ferrari, nel frattempo messa a disposizione, su iniziativa della FISA, di un giovane emergente, ma la scelta cadde su un’altra stella nascente dell’automobilismo italiano, Giancarlo Baghetti.

L’esordio in Formula 1 sembrò rimandato, ma Mimmo Dei, patron della Scuderia Centro Sud, offrì a Bandini un contratto per la stagione 1961. Il debutto ebbe luogo il 18 giugno al Gran Premio del Belgio e la gara si concluse dopo 20 giri a causa di un guasto. La stagione fu in effetti sterile di risultati (Bandini non collezionò neanche un punto, vedendo la bandiera a scacchi solo in Gran Bretagna e in Italia), ma le doti del giovane pilota romagnolo erano ormai palesi e veniva ritenuto una delle migliori speranze dell’automobilismo italiano. A dicembre Enzo Ferrari gli propose, infatti, un contratto per la stagione successiva. Il 1962 fu una stagione deludente per la Ferrari, che soffrì la potenza delle case motoristiche britanniche (BRM, Lotus e Cooper su tutte). Bandini fece il suo esordio a Pau, in una gara non valida per il mondiale, e disputò il Gran Premio di Monaco il 3 giugno, cogliendo subito un terzo posto dietro a Bruce McLaren e Phil Hill. La Ferrari però lesinò a utilizzarlo: Bandini tornò in pista solo in Germania (ritirato) e Italia (ottavo) e alla fine fu dodicesimo in classifica con 4 punti. Bandini comunque vinse il GP del Mediterraneo a Enna (una corsa di F1, seppur non valida per il Mondiale). Anche l’anno seguente non fu il massimo. Bandini esordì solo al quarto gran premio della stagione (decimo posto in Francia) e non andò oltre il quinto posto, conquistato in tre occasioni (Gran Bretagna, USA e Sudafrica). A fine stagione concluse decimo in classifica con 6 punti. Il 1963 non fu, però, un anno privo di alcun risultato: i piazzamenti nelle gare ufficiali, uniti alla vittoria della 24 Ore di Le Mans (con Ludovico Scarfiotti) e ad altri risultati in prove non incluse nel calendario di F1 fecero di Bandini il “Campione Italiano Assoluto” dell’anno.

Bandini venne quindi confermato in Ferrari per 1964, con il ruolo di secondo pilota.In quell’anno, il pilota romagnolo ottenne i suoi risultati migliori. Tornò sul podio in Germania, dopo il quinto posto in Gran Bretagna, e ottenne, il 23 agosto la sua prima (e unica) vittoria in un Gran Premio valido per il Campionato Mondiale di Formula 1: è il Gran Premio d’Austria a Zeltweg, che si aggiudicò precedendo di 6”18 Richie Ginther su BRM. Il terzo posto in Italia fece da antifona all’ulteriore podio conquistato nell’ultima gara, in Messico. Qui Bandini giunse nuovamente terzo, dopo aver dato un valido contribuito al compagno di scuderia John Surtees, avendo tenuto dietro per diversi giri il diretto rivale di quest’ultimo per la conquista del titolo, Graham Hill, con cui ebbe anche un piccolo incidente. Surtees vince il titolo, grazie anche al contributo Bandini, che si classificò quarto con ben 23 punti. Poche settimane dopo la gara, però, si scatenarono alcune polemiche sul comportamento tenuto dal pilota italiano, che ricevette una lettera, in cui venne criticato per la sua guida da Peter Garnier e Jo Bonnier, rispettivamente segretario e presidente della Grand Prix Drivers’ Association. Bandini respinse le accuse, liquidando il contatto con Hill come normale incidente di gara. Il 1965 sembrò aprirsi bene, con la vittoria della Targa Florio con Nino Vaccarella. Il 30 maggio a Monaco, seconda gara della stagione (la prima, in Sudafrica, si era conclusa con il quindicesimo posto), Bandini concluse secondo, dietro a Graham Hill, ma il prosieguo di stagione non fu dei migliori. Per quanto il motore lo tradisca solo una volta (in Gran Bretagna), Bandini andò a punti solo in Germania (sesto), in Italia (quarto) e negli USA (quarto). Alla fine della stagione giunse sesto con 13 punti.

Bandini era deluso, ma anche la stagione 1966 non risultò delle migliori. Nonostante l’ottimo avvio, col secondo posto a Montecarlo e il terzo in Belgio che lo proiettarono in testa alla Classifica Mondiale dopo i primi due GP, Bandini vide la bandiera a scacchi solo altre due volte (sesto posto sia in Olanda che in Germania). Alla terza gara, il Gran Premio di Francia, ottenne la pole position e condusse in testa per due terzi di gara prima di subire la rottura del cavo dell’acceleratore. Il pilota, che aveva tentato di ovviare al guasto utilizzando un fil di ferro preso da una rete metallica a bordo pista, fu costretto a desistere poco dopo, terminando undicesimo, con undici giri di distacco dal vincitore. A Monza riuscì a prendere la testa, ma, già al secondo giro, fu costretto a rientrare ai box. Rientrato in pista ebbe successivamente un guasto alla pompa-benzina e si dovette ritirare. Si presentò quindi al Gran Premio degli USA tra i favoriti e, al termine delle qualifiche, risultò terzo. In gara fu poi protagonista di un lungo duello con Jack Brabham, ma, forse per l’eccessivo sforzo richiesto alla propria vettura, il motore cedette, proprio mentre l’italiano era in testa alla corsa. Al termine della stagione risultò, quindi, solo nono in classifica con 12 punti.

Il 1967 iniziò ottimamente per Bandini, che si impose, in coppia con Chris Amon, nella 24 ore di Daytona. Il successo ottenuto, oltre a dare morale al pilota, gli garantì una discreta popolarità oltreoceano, tanto che pareva dovesse prendere parte alle prove della 500 Miglia di Indianapolis. Ad aprile, poi, Bandini si impose nuovamente alla 1000 km di Monza, sempre in coppia con il neozelandese. Il pilota romagnolo parve aver reagito nel migliore dei modi allo sfortunato biennio 1965-66 ed Enzo Ferrari gli affidò la prima guida della rossa, al fianco di Amon. La Ferrari non si presentò al Gran Premio del Sudafrica, esordendo direttamente nel secondo appuntamento mondiale: quello di Monaco. Bandini riuscì a partire dalla seconda posizione, a fianco di Jack Brabham, e al via riuscì a prendere il comando. Intanto, l’australiano aveva avuto un cedimento al motore e aveva inondato d’olio la pista, su cui scivolò, al passaggio successivo, l’ignaro Bandini, che perse due posizioni, a vantaggio di Hulme e Jackie Stewart. L’italiano cominciò quindi una lunga rimonta e al 61° dei 100 giri previsti fece segnare un distacco di appena 7”6 secondi dal neozelandese. Ma proprio a questo punto l’italiano trovò sulla sua strada due doppiati: Pedro Rodríguez e Graham Hill. Il primo si fece facilmente superare, ma il secondo, forse memore dei fatti del Gran Premio del Messico 1964, lo ostacolò per diverse tornate, facendogli aumentare ulteriormente il distacco. Ma gli sforzi per sorpassare il pilota della Lotus lo avevano spossato, tanto che nei giri seguenti il divario crebbe fino a 20 secondi.

Poi, all’82º giro si consumò la tragedia: Bandini giunse alla chicane del porto a velocità nettamente superiore a quella di solito tenuta dai piloti in quel punto e la sua Ferrari, dopo aver colpito una bitta di ormeggio delle navi, decollò e ricadde pesantemente a terra, capovolgendosi e prendendo fuoco. Le fiamme furono alimentate dalle balle di fieno poste a bordo pista. I soccorsi non intervennero tempestivamente, anche perché si pensava che il pilota fosse stato sbalzato fuori dalla vettura e fosse finito in acqua, com’era successo ad Alberto Ascari nel 1955. Solamente quando l’incendio venne domato e l’auto fu raddrizzata, tre minuti e mezzo dopo l’impatto, si scoprì la terribile realtà: il pilota, ormai privo di sensi, era ancora all’interno della Ferrari, pressoché carbonizzato. Bandini venne trasportato al Nosocomio di Montecarlo in condizioni critiche, con una profonda ferita alla milza e ustioni su oltre il 60% del corpo. Purtroppo ogni tentativo dei medici di salvargli la vita risultò vano e Lorenzo Bandini si spense, dopo settanta ore di agonia, il 10 maggio 1967.

La morte di Bandini, amatissimo dagli appassionati di Formula 1 del tempo e dagli italiani tifosi della Ferrari, lasciò un grande vuoto nel mondo automobilistico. Ai funerali, svoltisi a Reggiolo, parteciparono oltre 100.000 persone.

Buon compleanno Séb

GAP (Francia), 17 dicembre – Sébastien Ogier, sette volte campione del mondo rally (otto contando il titolo WRC Junior), è nato a Gap, il 17 dicembre 1983. In carriera ha vinto otto volte il titolo mondiale assoluto piloti: quattro volte con la Volkswagen Polo (2013, 2014, 2015, 2016) due volte con la Ford Fiesta WRC (2017 e 2018) e nel 2020 e 2021 con la Toyota Yaris, oltre al titolo Junior WRC nel 2008, anno del suo esordio nel mondiale; nel 2007 ha vinto il Volant Peugeot-Rallye Jeunes. In totale ha disputato 201 rally (168 nel mondiale), vincendone 59 di cui 54 nella serie iridata. Nel mondiale ha esordito nel 2008 al Rally Corona Mexico con la Citroën C2 S1600 chiudendo ottavo assoluto, primo di Junior WRC e primo di S1600. La sua ultima gara iridata è stata il recente ACI Rally Monza, che ha vinto, e gli ha regalato l’ottava corona iridata. Nel corso della sua carriera ha vinto 632 prove speciali mondiali, la prima al Wales Rally GB 2008, l’ultima la PZero Grand Prix a Monza, raccogliendo anche 2537 punti iridati.

L’esordio di Sébastien Ogier avvenne al Rallye Terre de l’Auxerrois del 2007. Delle 201 gare disputate ha corso 198 volte con Julien Ingrassia. Si è ritirato solo 22 volte nel corso della carriera.

Buon compleanno Gianfranco Cunico

Giovanni Michelotti, compie cent’anni

TORINO (6 ottobre 1921 – 23 gennaio 1980). Fa bene il Museo dell’Automobile di Torino a dedicare una mostra a Giovanni Michelotti, che proprio oggi compirebbe cento anni, uno dei maggiori designer che la scuola torinese produsse nel corso del XX secolo. Grande, grandissimo, pressoché sconosciuto in Italia, idolatrato all’estero, anche se alcune delle sue creazioni sono diventate un mito per gli appassionati di automobili come l’Alpine A108 e le Triumph degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta.

Michelotti entrò a lavorare ad appena sedici anni (ma allora era una normalità) presso gli Stabilimenti Farina, a quel tempo una delle più importanti carrozzerie torinesi. Lì, mentre lavorava come garzone nell’ufficio disegni (stendendo i fogli sul tecnigrafo e temperando matite) ebbe moto di cominciare ad abbozzare i suoi primi disegni di vetture che furono apprezzati da Attilio Farina, figlio del titolare, che lo alzò di grado commissionandogli il disegno in scala 1:1 da adottare su un telaio Alfa Romeo 6C 2500. Agli Stabilimenti Farina Michelotti prese coscienza dell’importanza del designer automobilistico, fino a quel tempo dipendente ed esecutore delle volontà e idee del titolare della carrozzeria. Fu così che nel 1949 decise di mettersi in proprio aprendo uno studio professionale a Torino, prima in Via Ormea, quindi in Corso Duca degli Abruzzi infine in Corso Francia 35. Michelotti fu il primo disegnatore a uscire dagli uffici delle carrozzerie per proporsi in prima persona agli stessi carrozzieri iniziando a collaborare con Vignale, Bertone, Allemano e Ghia, solo per citare i torinesi. Con l’espandersi dell’attività Michelotti ebbe la necessità di prendere un’officina per poter realizzare le maquette in scala 1:1. Velocissimo nel realizzare i bozzetti, Michelotti riusciva a tradurre in pochissimo tempo il figurino in prototipo funzionante, spesso in pochissime settimane.

Se i carrozzieri torinesi avevano trovato in Michelotti un valido partner che disegnasse i prototipi da esporre nei saloni o modelli unici per facoltosi clienti, anche le Case automobilistiche si affidarono al genio di Michelotti per dare eleganza alle loro vetture. A cominciare dalla BMW, per la quale disegnò l’Isetta, la piccola 700 del 1958 (che consentì alla Casa bavarese di uscire da un pesante momento di crisi) la 1500 del 1961, la 1602 del 1966, la 2500/2800 del 1968 e la coupé 2800 CS del 1969.

Altro affezionato cliente fu la Triumph per la quale disegno la Herald del 1959, la TR4-TR5 del 1961, la spider Spitfire del 1963, la 2000/2500 dello stesso anno, la coupé GT6 del 1966, la Stag del 1970 (vettura usata da James Bond nel film ‘Una cascata di diamanti’ per recarsi ad Amsterdam), oltre alle berline della Casa inglese degli anni Sessanta e Settanta quali Toledo e Dolomite, avvicinandosi per primo alle Case giapponesi a cominciare dalla Hino Motor Company. Oltre a disegnare l’Alpine A108, la sua matita creò vetture per FIAT, DAF e Matra fino alla sua ultima creazione, la Reliant Scimitar SS1 del 1979.

I lavori di Michelotti furono molto apprezzati dai dirigenti delle Case automobilistiche perché sapeva cogliere e riproporre l’anima stilistica di ognuna di esse presentando sempre veicoli di versi fra una marca e l’altra, conservando sempre l’identità stilistica del marchio. Geloso della propria indipendenza, rifiutò sempre le proposte di assumere le direzioni di Centri Stile delle Case, giustificandosi con la metafora del cammello: “Il cammello è un cavallo progettato dai designer dopo una riunione di direttori”.

Nel corso della sua lunga attività Michelotti ha disegnato ben oltre il migliaio di vetture (alcuni schizzi sono stati rinvenuti sulle pagine de ‘La Settimana Enigmistica’ di cui era attento lettore) ma una stima precisa è impossibile da effettuare in quanto spesso Michelotti non chiedeva alle case automobilistiche di coniugare le vetture prodotte al suo nome.

Michelotti fu protagonista di numerosi aneddoti di carattere automobilistico. Ad esempio negli anni Cinquanta Michelotti disegnò una Ferrari 250 MM per un facoltoso cliente di Luigi Chinetti, l’importatore americano della Ferrari. Approvato il design, la vettura venne consegnata al cliente con una serie di figurini che ritraevano la Ferrari affiancata da figure femminili in abiti eleganti. Il proprietario della Ferrari 250 MM, titolare della Lily Ann Corporation. Una catena di negozi di abiti femminili, non si lasciò sfuggire l’occasione e mise immediatamente in vendita quegli abiti che riscossero un sensazionale successo.

È sepolto nel Cimitero monumentale di Torino.

Buon compleanno Dario Cerrato

Il re dei rally italiani ed europei della seconda metà degli anni Ottanta festeggia oggi il suo settantesimo compleanno. E lo fa nella tenuta “La Felicina” di Cherasco, dove vive con la moglie Titta coltivando viti e noccioli. Foto apertura Marco Boccardi/Zoom Biancolli

CORNELIANO D’ALBA (CN), 28 settembre 1951 – È uno dei grandi nomi del rallismo italiano. Senza stare a fare classifiche che fanno solo perdere tempo nei bar, Dario Cerrato siede a buon diritto nell’Olimpo dei grandi rallisti a livello mondiale. E non soltanto per i titoli che ha conquistato: due europei (1985, Lancia 037; 1987, Lancia Delta HF), sei titoli italiani (1985 Lancia Rally, 1986 sia italiano sia Open su Lancia Delta S4, 1988 Delta HF 4WD, 1989 Delta Integrale, 1990 Delta 16V, 1991 Delta 16V). Ma soprattutto per essere stato uno dei protagonisti di una stagione che proponeva moltissimi piloti di altissimo livello, contro i quali Cerrato ha dovuto gareggiare, creando sempre grandi rapporti di amicizia.

Al suo grandissimo palmares manca una vittoria nel mondiale (miglior risultato al Sanremo 1986 in cui concluse secondo assoluto con la Delta S4), ma anche sulle speciali ridate ha saputo farsi onore, anche se in quelle occasioni non ha mai avuto il supporto che gli sarebbe servito per svettare fra i big del mondiale. Secondo il sito di statistiche eWRC Dario Cerrato ha disputato 182 gare vincendone 42. Nel mondiale ha disputato 21 rally (oltre al Sanremo 1986, poi annullato dalla FIA), esordendo al Rallye Sanremo 1974 con Geppi Cerri su Opel Ascona, chiudendo la carriera iridata con un ritiro sempre a Sanremo nel 1993 su Delta HF  affiancato da Lucio Guizzardi. Vincendo 26 prove speciali e siglando 93 punti, niente male per uno che ha disputato una sola stagione con i gradi di ufficiale (1981), mentre nelle altre stagioni è sempre stato di supporto ai piloti che partecipavano al mondiale.

Sempre le statistiche dicono che ha preso parte a 88 rally di campionato europeo vincendone 25, a cominciare da un Rally dell’Isola d’Elba del 1977 su una Opel Kadett GT/E navigato dal fratello Gigi, per chiudere nel 1994 capottando al Rally Costa Smeralda a fianco di Carlo Cassina. Centrando la prima vittoria continentale al Costa Smeralda 1985 con Geppi Cerri sulla Lancia 037, e l’ultima al Piancavallo 1991 sempre con Cerri su Delta 16V.

Soprattutto Dario Cerrato è un grande appassionato di sport, tanto da avere iniziato la sua carriera nel mondo dei motori con il motocross, fino a quando, assieme a Geppi Cerri, amico e compagno di università andarono a vedere il Rally di Sanremo del 1972 restandone affascinati entrambi. “Questo sport è sufficientemente pericoloso” commentò allora il giovane cuneese “mi piace”. E fu così che convinse il fratello maggiore Gigi a cedergli la sua Fiat 124 spider per disputare il Rally della Lana del 1973. Una vettura assolutamente stradale che non aveva nemmeno il tetto rigido. Il pegno da pagare era accogliere come navigatore il fratello Gigi, che forniva la macchina, pagava la benzina  e tutte le spese. I fratelli Cerrato ci sanno fare, soprattutto Dario e chiudono noni assoluti. Da quel momento inizia la splendida carriera di Dario Cerrato, che si impegna professionalmente nel mondo delle corse (a differenza di quanto faceva nelle aule universitarie) e cresce giorno dopo giorno. L’anno successivo compra da un pilota finlandese una Fiat 125 Gruppo 1Un vero bidone” ricorda adesso, ma non si ferma e appena può passa alla più performante Opel Ascona.

E l’Ascona è la vettura che lo porta alla corte del burbero, ma grande appassionato Virgilio Conrero. Che vede in Cerrato il pilota che può portare in alto le sue vetture in classifica. E così è soprattutto con la successiva Kadett GT/E con la quale Cerrato si inserisce ai vertici delle gare, anche se la vettura è solo una Gruppo 1; ma nelle mani di Dario Cerrato fa scintille, anche in confronto ai big del campionato italiano. E nel 1979 con una Opel Kadett GT/E, affiancato da Lucio Guizzardi conquista perentoriamente la sua prima vittoria al Rally Team ‘971. È la prima di una lunga serie. Dopo la Kadett GT/E arriva l’Ascona SR, poi la poderosa Ascona 400 con la quale Cerrato riesce a mettere in difficoltà lo squadrone ufficiale FIAT.

A fine 1980 Dario Cerrato ha tutte le carte in regola per tentare l’assalto al tricolore nella stagione successiva. È il pilota di punta della Opel, ha al suo fianco Virgilio Conrero e la sua squadra. Ma proprio mentre sta firmare il contratto con la filiale italiana della Opel ecco arrivare la chiamata dell’Abarth che gli propone un impegno nel mondiale. Come essere sordi a una simile sirena?

Dario Cerrato accetta, ed è una delle stagioni più difficili della sua carriera. La Fiat 131 Abarth, nonostante sia la campionessa iridata in carica, è invecchiata di colpo con l’arrivo delle Audi quattro. E non solo. Cerrato, soffre, fatica, mostra le sue capacità riuscendo a vincere tre prove speciali, ma non va oltre un deludente ottavo posto al Sanremo, affiancato da Lucio Guizzardi.

È demoralizzato, pensa di smettere e di occuparsi degli affari di famiglia.

Ma è proprio la famiglia che glielo impedisce, a cominciare dalla moglie Titta, presenza costante anche se molto discreta, al suo fianco. Riparte da privato. Al suo fianco torna Geppi Cerri, con una Opel Ascona 400 per i colori dei Magazzini dell’Auto. E fa nuovamente scintille sulle prove speciali italiane e solo la sfortuna gli impedisce di conquistare quel titolo che meriterebbe. Nel frattempo si riavvicina al sanguigno Conrero, che non aveva certo gradito il passaggio in FIAT. E nel 1982 è il pilota ufficiale della squadra dei concessionari Opel, prima con l’Ascona, poi con la Manta 400, restando al volante della  vettura di Rüsselsheim fino alla fine del 1984.

A fine 1984 arriva nuovamente la chiamata dell’Abarth. Questa volta non è più una sirena senza consistenza, ma una squadra che ha bisogno di un pilota che sia in grado di andare a lottare e soprattutto vincere, con i più tosti avversari a livello italiano ed europeo. E Cerrato è l’uomo giusto e ripaga la squadra torinese di successi a ripetizione.

Gioca anche a chauffeur in un paio di occasioni, disputando il Rallye di Montecarlo del 1989 con il giornalista Gianni Vasino. E che non sia proprio una passeggiata lo dimostra il fatto che i due portacolori del Martini Racing chiudono settimi assoluti. Non male per una gara in cui Dario ha guidato a vista dal primo all’ultimo metro. Altra avventura estemporanea nel 1997, quando Cerrato affronta il Montecarlo al volante di una Cinquecento Sporting affiancato da Luca Bartolini, in quella che è praticamente la sua ultima gara “seria” in carriera, alla quale hanno fatto seguito alcune rare apparizioni in manifestazioni ed eventi come RallyLegend del 2011, dove si è schierato al via affiancato da Geppi Cerri.

Da quindici anni Dario Cerrato e la moglie Titta vivono nel paradiso della tenuta “La Felicina”, a Cherasco, così chiamata in onore della madre del campione, coltivando viti, nocciole e allevando cavalli, grande passione della figlia Roberta. Non hanno trasformato la tenuta in un nostalgico santuario del rallismo che fu. Ma se lo si va a trovare Dario è ben lieto di parlare del suo passato. Davanti a un bicchiere di nebbiolo, delle sue vigne.

Buon compleanno Sir Stirling Moss

Re senza corona della Formula 1, primatista della Mille Miglia

LONDRA (Inghilterra), 17 settembre – Lo chiamavano il “re senza corona”. E avevano ragione. Piloti fra i più veloci di sempre nella storia delle corse automobilistiche, Sir Stirling Moss era giunto secondo per quattro anni consecutivi nella corsa al titolo di Campione del Mondo in Formula 1 (1955/1956/1957/1958), seguiti da altri tre piazzamenti a podio (1959/1960/1961), salendo sul gradino più alto del podio in 16 gare, segnando 19 giri veloci e ottenendo 16 pole position in 66 Gran Premi disputati. Ma è sopratutto ricordato per aver vinto l’edizione record della Mille Miglia (1955), l’edizione che rimane maggiormente nella memoria e nella mitologia degli appassionati. La prima edizione ad alto impatto mediatico, perché documentata puntualmente dal (coraggioso) reporter inglese Denis Jenkinson stabilendo con la loro Mercedes 300 SLR con il numero 722 un record che rimane imbattuto. Moss vinse anche la 24 Ore di Le Mans del 1956, corse anche il Rally di Montecarlo (1951) e concluse anticipatamente la sua carriera di pilota ai massimi livelli a 42 anni per un incidente a Goodwood in cui rischiò la vita e rimase paralizzato per sei mesi. Incidente che spense il sogno di passare alla Ferrari per l’anno successivo. Britannico fino all’osso “È meglio perdere con onore su una vettura inglese che vincere con una vettura straniera”, corse con le Ferrari nella categoria GT portando al successo una 250 SWB vincendo il Tourist Trophy del 1960 e 1961, mentre in Formula 1 ha guidato HW Motors, ERA, Cooper, Maserati, Mercedes, Vanwall e Lotus. Il 21 maggio 2000 è stato nominato cavaliere, godendo così del titolo di Sir, mentre nel 2008 la Mercedes gli dedica un modello speciale della top car SLR-McLaren, denominata appunto “Stirling Moss”.

Moss, che spesso era presente ai grandi appuntamenti dell’automobilismo da corsa, è stato nominato Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico nel 1959 e Cavaliere (Knight Bachelor, quindi ha diritto al titolo di Sir) nel 2000;  era nato a Londra il 17 settembre 1929 si è spento nella capitale inglese il giorno di pasqua 2020, 12 aprile, all’età di 90 anni dopo una lunga malattia.

Buon compleanno Giandomenico

MONTEBELLUNA (TV), 15 settembre. Buon compleanno a un grande campione. Vincitore di un Trofeo Cinquecento nel 1998 (e allora i piccoli scorpioncini si scannavano alla grande), un Intercontinental Rally Challenge, che si disputava sulle strade dei più blasonati rally europei ed extra europei (2006) due titoli europei (2006 e 2009) e tre titoli italiani assoluti (2007, 2016, 2019) di cui è campione in carica e due Tour European Rally (2017 e 2018).

Una carriera fatta di 222 gare, con 44 vittorie assolute (di cui 103 gare disputate in Italia, collezionando 25 successi, la prima al Ciocco 2003, l’ultima al recente Roma Capitale e il primato in 285 prove speciali) e 19 presenze nel mondiale. Insomma un palmares da paura. Buon compleanno Giandomenico Basso.

Buon compleanno Ferdinand, creatore del mito di Stoccarda

MAFFERSDORD (oggi Vratislavice nad Nisou, Repubblica Ceca), 3 settembre – Ferdinand Porsche nacque il 3 settembre 1975, a Maffersdorf, una località della Boemia, all’ora facente parte dell’impero Austro-Ungarico, passato alla storia per aver creato il “Maggiolino” Volkswagen e fondato la casa automobilistica che porta il suo nome: la Porsche.

La famiglia Porsche era una di religione cattolica di ispirazione calvinista. Terminata la scuola superiore, sul finire del secolo, Ferdinand Porsche si trasferisce a Vienna, all’epoca una delle capitali più importanti del mondo che sta vivendo la gioia della Belle-époque. Porsche lavora alla Béla Egger Electrical Company, studiando la sera presso l’Università Tecnica Imperiale di Reichberg. Nel 1898 Porsche, divenuto uno dei progettisti della società, realizza la Egger-Lohner C.2 Phaeton (oggi definita come Porsche P1), riuscendo a inserire un motore elettrico direttamente sul mozzo delle ruote, vettura che vince una gara per veicoli elettrici il 29 settembre 1899, su un percorso di 40 chilometri, molti dei quali in salita, nonostante avesse a bordo tre passeggeri, con ben 18 di vantaggio sulla concorrenza. L’anno successivo si svolge l’Esposizione Universale di Parigi dove è esposta la “Semper Vivus Lohner Porsche” la prima vettura ibrida della storia accoppiando due motori elettrici e due motori a scoppio, divenendo anche una vettura quattro ruote motrici. Una vera rivoluzione tecnica. La Sempre Vivus raggiunge i 35 km/h orari ed ha un’autonomia di 80 chilometri.

Nel 1906, viste le sua capacità tecniche, Ferdinand Porsche viene nominato direttore tecnico della Austro-Daimler di Wiener Neustadt, dove progettò una vettura che gli consenti di vincere una vettura in grado di raggiungere i 140 km/h, grazie anche all’aerodinamica particolarmente avanzata e vincere una gara. Nel periodo bellico l’Austro Daimler costruisce motori per aeroplani e trattori industriali progettati da Porsche. Nel 1917 Ferdinand Porsche viene nominato direttore generale della società e nel 1922 presenta la “Sascha” una vettura di appena 1100 cm3, che partecipa alla Targa Florio imponendosi nella propria categoria.

Nel 1923 Ferdinand Porsche si trasferisce a Stoccarda come direttore tecnico della Daimler-Motoren-Gesellschaft, entrando a far parte del consiglio di amministrazione della società. Realizzando per la Casa tedesca la Mercedes che otterrà la vittoria assoluta alla Targa Florio del 1924. Nel 1929 torna in Austria per assumere la direzione tecnica della Steyr-Werke AG, ma appena due anni, nel 1931 è nuovamente a Stoccarda dove fonda lo studio di progettazione Dr. Ing. h.c. F. Porsche GmbH . potendo contare sulla collaborazione del figlio Ferry.

Allo studio Porsche si rivolge l’Auto Union per la progettazione della monoposto da Gran Premio P-Wagen, rivoluzionaria vettura monoscocca in alluminio con motore posteriore 16 cilindri a V, che si imporrà nelle più importanti competizioni automobilistiche conquistando nel 1937 il record di velocità a 406,321 km sull’autostrada Francoforte-Darmstad con Bernard Rosemeyr, pilota che perderà la vita nel gennaio successivo in un nuovo tentativo di record dopo aver toccato i 429,594 km/h. Porsche, però, in quel periodo non si occupava solo di auto da record e competizione, ma anche della vettura fortemente voluta da Adolf Hitler a partire dal 1934 che voleva un’auto del popolo (Volks Wagen) che costasse solo 1000 marchi, cifra che corrispondeva allo stipendio di un operaio, iniziando così un’azione di massa. Nel 1938 Ferdinand Porsche presentò il suo progetto della Volkswagen Typ 1, nota come “Maggiolino” che avrebbe dovuto essere costruito nello stabilimento di Wolfsburg (Borgo del Popolo) città creata appositamente in Bassa Sassonia attorno allo stabilimento. Sfruttando il lavoro di progettazione della Typ-1 Porsche inizio a progettare la Porsche Type 64, prima vettura a marchio Porsche, una vettura sportiva dall’aerodinamica esasperata che avrebbe dovuto partecipare alla gara Berlino-Roma del 1939, mai corsa. Le capacità tecniche di Ferdinand Porsche furono sfruttare dai governanti tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale per la realizzazione di carri armati fra cui il famoso Panzer VI Tiger (1941) e una versione militare del Maggiolino denominata Kübelwagen, da cui derivò una versione anfibia chiamata Schwimmwagen.

Nel 1944 Stoccarda iniziò a essere bombardata dagli aerei alleati, perciò Porsche trasferì la famiglia e il suo studio di progettazione a Gmünd in Austria. Catturato dai soldati francesi e accusato di collaborazionismo, Ferdinand Porsche venne incarcerato in Francia dove rimase venti mesi, probabilmente a seguito dell’idea dei francesi di estorcergli una collaborazione e progetti da utilizzare per la loro industria. Porsche venne liberato solo dopo che l’industriale torinese Piero Dusio pagò un ingente riscatto, al fine di convincere Porsche a progettare la sua Cisitalia di Formula 1. Tornato a Gmünd nel giugno 1948, Ferdinand Porsche avviò la produzione dentro una vecchia segheria della sua Porsche 356, evoluzione della Porsche Type 64, che diffuse il marchio Porsche in tutto il mondo. Ferdinand Porsche morì a Stoccarda, il 30 gennaio 1951 a causa di un infarto, secondo molti provocato anche dai patimenti vissuti nelle carceri francesi.

Buon compleanno James, campione del mondo hippie

LONDRA (Inghilterra), 29 agosto – James Simon Wallis Hunt (detto per esteso come piace agli inglesi) nacque nel rione londinese di Belmont il 29 agosto 1947 e morì nella capitale inglese il 15 giugno 1993 per un attacco cardiaco.

Pilota veloce e spericolato, i connazionali lo soprannominarono “Hunt the Shunt” (“Hunt lo schianto”) per i numerosi incidenti che caratterizzarono la sua carriera; vinse dieci Gran Premi su 93 partenze, conquistando inoltre 14 giri veloci, otto pole position e soprattutto vinse il titolo mondiale nel 1976 dopo un memorabile duello con Niki Lauda concluso sulla pista del Fuji. Hunt, dedito all’alcol e al fumo, è noto soprattutto per la sua vita spericolata, sregolata e godereccia, frequentando le discoteche anche prima delle gare, per girare scalzo nei box, in un’epoca in cui la Formula 1 cominciava a essere rigida e blindata. A soli 31anni decise di lasciare la massima formula perché non si divertiva più, dedicandosi al ruolo di commentatore televisivo.

Buon atleta, da ragazzo giocò a cricket, fece il portiere nella squadra locale di calcio, disputò numerosi tornei di tennis e praticò lo sci. Ribelle fin dall’infanzia, iniziò a fumare da piccolo, vizio che nessuno gli tolse e imparò a guidare su un trattore durante una vacanza in Galles, prendendo la patente di guida al compimento del diciassettesimo anno. In quel periodo si recò a vedere una gara a Silverstone, dove correva Simon Ridge, fratello del suo compagno nel doppio a tennis, rimanendo affascinato dal mondo delle corse automobilistiche. Si iscrisse a una gara di Mini a Snetterton, ma non riuscì a partire perché i commissari tecnici giudicarono la su Mini irregolare, passando poi nel 1968 alla Formula Ford concludendo quinto a sua prima gara, ottenendo una vittoria e un record sul giro nelle successive gare della stagione. Nel 1969 passò alla Formula 3 inglese, salendo sul podio già alla seconda gara. La stagione seguente continuò in Formula 3 con pochi risultati, molti schianti e un memorabile incidente con un altro concorrente che James Hunt affrontò fisicamente in modo rude spintonandolo appena sceso dalla vettura.

Nel 1972 la carriera di Hunt era in crisi quando incontrò Lord Alexander Hesketh, che voleva compiere il salto in Formula 2. A fine stagione debutto a Salisburgo con la conquista della prima fila in griglia, nonostante disponesse di una vecchia March del 1971. L’anno successivo Hesketh decise di acquistare una Surtees, ma la vettura non era competitiva e il lord inglese decise di abbandonare la serie per passare alla Formula 1. Nel 1973 Hunt debutto in Formula 1 con una March 731 acquistata da Lord Hesketh, con la quale ottenne un giro più veloce e due podi nel corso della stagione. L’anno successivo Lord Hesketh fondò la propria scuderia facendo correre una vettura senza sponsor, assolutamente bianca (“non si possono appiccicare adesivi sull’Union Jack” sosteneva Hesketh) ottenendo il successo nel Gran Premio di Olanda del 1975. L’anno dopo ancora, James Hunt passò alla Mc Laren conquistando il titolo mondiale dopo la memorabile gara sotto la pioggia torrenziale al Fuji.

Soddisfatto e non più motivato nel 1979 abbandonò la massima formula, quando era alla guida della Wolf sostenendo “lascio ora e definitivamente perché nel mondo della Formula 1l’uomo non conta più”.

Uomo dallo stile di vita godereccio e già allora controverso, ebbe un ruolo di playboy non indifferente con donne affascinanti quali Taormina Rieck che iniziò a frequentare quando lui aveva quindici anni, Sposò la modella Suzy Miller, che poi divenne la fidanzata di Richard Burton e infine sposò Sarah Lomax, da cui ebbe due figli.

Hunt è il protagonista del film “Rush” di Ron Howard, che racconta il suo eterno duello con Niki Lauda. James Hunt fu cremato e sepolto nel Cimitero di Putney Vale a Londra.

Buon compleanno Ercole, l’uomo che disegnò la Zeta

BUSTO ARSIZIO (VA), 26 agosto – Ercole Spada è gemello, stesso giorno, stesso anno, di Marcello Gandini, altra stella del design automobilistico italiano che ha conquistato il mondo. Nato a Busto Arsizio il 26 agosto 1938, Ercole Spada è entrato nella storia del design automobilistico grazie alle sue creazioni estreme per la carrozzeria Zagato.

Dopo essersi diplomato nel 1956 all’Istituto tecnico Feltrinelli di Milano come perito industriale, e, prestato il servizio militare, Ercole Spada bussa alle porte della carrozzeria Zagato di Terrazzano di Rho (MI), alla ricerca di un posto di lavoro. Anche perché la Zagato con le sue vetture sportive ed estreme, che rompevano con gli abituali schemi del design, era fonte di ispirazione continua per il giovane Spada, che disegnava una vettura dietro l’altra firmando i suoi bozzetti ES.

Nel colloquio con Elio Zagato, si narra che il carrozziere pose al giovane designer solo due domande: se sapesse disegnare automobili in scala 1:1 e se avesse la patente di guida. Ercole Spada affermò di avere entrambi i requisiti e fu assunto. La collaborazione con Zagato durò dal 1960 al 1969. In quel decennio il designer lombardo realizza alcuni capolavori, a cominciare dall’Aston Martin DB4 GT Zagato del 1961 (capostipite di una collaborazione fra il carrozziere milanese e la Casa inglese che dura tuttora), la Lamborghini 350 GTZ, prodotta in due esemplari nel 1965, le Lancia Flavia Sport Zagato (1962) e Fulvia Sport Zagato (1965) più sportive e aerodinamiche delle versioni proposte dalla Casa madre. Per l’Alfa Romeo disegnò la 2600 Sprint Zagato (1963, prodotta in soli 105 esemplari, uno dei quali per Sofia Loren) e quello che può essere considerato il capolavoro di Spada, la Giulia TZ o Tubolare Zagato (1963) e per finire ancora un’interpretazione sulla Giulia in versione coupé con la Junior Z (1969), che rappresentò il canto del cigno della collaborazione fra Spada e Zagato

Nel 1970 Ercole Spada inizia nuove avventure. Diventa responsabile del design in Ford, per la quale disegna la Ford GT 70; in seguito dell’acquisizione della Carrozzeria Ghia da parte della Casa americana entra a far parte della Ghia Operation. Quindi, dopo un breve trascorso in Audi, va in BMW nuovamente con la qualifica di responsabile del design, realizzando la Serie 5 del 1985 e la Serie 7 del 1987. Nel 1983 Ercole Spada rientra in Italia all’Idea Institute di Moncalieri (TO) dove nascono le linee delle vetture del Gruppo Fiat quali la Fiat Tipo (1988), la Lancia Dedra (1989), l’Alfa Romeo 155 (1992) la versione a tre porte della Lancia Delta (1993) e il modello unico Ferrari PPG Pace Car del 1987.

Nel 1993 torna alla corte di Zagato e subito si mette all’opera collaborando alla realizzazione della Ferrari FZ 93, che resta a livello di prototipo e della Osca 2500 GT Dromos del 1998.

Nel 2008 fonda assieme al figlio Paolo la SVS (Spada Vetture Sport), realizzando la SVS Codatronca TS presentata nel 2007, un omaggio di stile alle Giulietta SZ e TZ, prodotta in un limitato numero di esemplari l’anno.

Buon compleanno Marcello, maestro del design

TORINO, 26 agostoMarcello Gandini fa parte di quel pacchetto di geni del design che hanno rivoluzionato lo stile automobilistico, tutti nati nel 1938 nel giro di pochi giorni. Con Ercole Spada è addirittura gemello, mentre è solo di 19 giorni più giovane di Giorgetto Giugiaro. Designer a 360° deve gran parte della sua fama alle stupefacenti linee delle sue creazioni (dalla Stratos Zero alla Countach, esclamazione piemontese che significa “perbacco”) ma è stato, e lo è tuttora, attivo anche nel design industriale e nei complementi di arredo

Figlio di un direttore di orchestra, appassionato di meccanica fin dall’infanzia, viene assunto nel 1963 alla Bertone (nonostante l’opposizione di Giugiaro), diventandone responsabile del design un paio di anni dopo, succedendo proprio al suo coetaneo Giorgetto Giugiaro, posizione che mantenne fino al 1980 quando decise di dedicarsi all’attività di designer free lance.

In Bertone disegnò auto che hanno lasciato il segno nella storia del design come la Lamborghini Miura (1966), Lamborghini Countach (presentata al Salone di Ginevra del 1971, il cui nome deriva dall’esclamazione di un contadino piemontese, stupefatto di vedere sulla strada un simile oggetto), il prototipo Stratos Zero (1970) e la successiva Lancia Stratos (1971); prototipi emozionanti come la Lamborghini Marzal (1967), l’Alfa Romeo Carabo (1968) l’Autobianchi Runabout (1969), la BMW Garmisch 2002 tii (1970), la Citroën GS Camargue (1972), la Ferrari 308 Rainbow (1976). Auto entrate in produzione in piccola e grande serie come la Lamborghini Espada (1968), Lamborghini Jarama (1970) l’Alfa Romeo Montreal (1970), Fiat X 1/9 (1972), Lamborghini Urraco (1972), Citroën BX (1972), Ferrari Dino GT4 (1974), la Mini Innocenti (1974, rimasta in produzione per 19 anni), Lamborghini Jalpa (1981), il restyling delle Maserati Biturbo (1988 e 1991)

Come car designer indipendente creò il prototipo della Bugatti EB 110 (1990) la Cizeta V16 (1991), De Tomaso Pantera SI (1990), Lamborghini Diablo (1990), Qvali Mangusta (1999), Renault Super5 (1984) e Renault 5 Turbo (1980). Personaggio schivo e ritirato, poco amante delle luci della ribalta, Gandini è recentemente intervenuto alla Sestriere Car Week dove ha raccontato alcuni aneddoti della sua lunga storia di designer. Fra i quali quello che gli fu offerto da Lamborghini, l’ultimo esemplare della sua Countach, che lui rifiutò, perché le auto preferisce disegnarle e non doverle accudire nel garage di casa.